
Ci sono genitori profondamente amorevoli che, nonostante l’impegno quotidiano, faticano a comprendere davvero i bisogni emotivi dei propri figli. Non perché manchi la volontà, ma perché manca qualcosa di più profondo: il contatto con i propri bisogni e fragilità, con il proprio bambino interiore.
Quando un adulto non ha mai appreso a riconoscere e rispettare sé stesso, difficilmente riuscirà a entrare in sintonia emotiva con il neonato o con il bambino. I bisogni vitali e fondamentali del piccolo – contatto, rassicurazione, regolazione emotiva, accudimento – vengono allora interpretati attraverso un occhio adulto e razionale. Così, ciò che per il bambino è un bisogno primario può essere vissuto dal genitore come un capriccio, una provocazione, un comportamento da “gestire”, correggere o soffocare.
Quando il passato ritorna nella relazione con i figli
Questa difficoltà non nasce nel presente, ma affonda le sue radici nella storia personale del genitore. È il segnale di un mancato contatto emotivo con sé stessi, di ferite antiche mai riconosciute o elaborate. In altre parole, nella relazione con il figlio si rimette in scena il proprio passato.
Il bambino che oggi chiede attenzione, vicinanza o comprensione può inconsapevolmente rappresentare il bambino che quel genitore è stato: un bambino non accolto, non visto, non nutrito emotivamente. È il passato che ritorna, chiedendo finalmente ascolto.
La psicoterapia cognitivo comportamentale può interrompere questa ripetizione silenziosa. Può cambiare il presente e, soprattutto, la storia del futuro. Attraverso un percorso terapeutico, il genitore può ricevere simbolicamente quell’amore che è mancato o che non ha mai potuto vivere. E ciò che viene interiorizzato può poi essere donato, in modo autentico, ai propri figli.
Ascoltare i figli significa prima ascoltare sé stessi
Non è possibile ascoltare davvero la voce dei figli se il nostro bambino interiore è ancora triste, solo e sofferente. Quando le ferite emotive restano attive, il livello di paura interna rimane alto e ogni richiesta del bambino può essere percepita come una minaccia o come qualcosa di eccessivo.
Quando invece, in terapia, si inizia a dare dignità e spazio alle esperienze vissute nell’infanzia, il livello di paura si abbassa e le ansie pian piano si alleggeriscono. Questo cambiamento non avviene solo nella vita quotidiana, ma spesso emerge anche nel mondo dei sogni, dove la mente inizia a raccontare verità emotive rimaste a lungo silenziose.
I sogni come porta d’accesso alla verità emotiva
Ultimamente, due pazienti mi hanno raccontato sogni sorprendentemente simili, entrambi ambientati nelle case della loro infanzia.
La prima paziente, narrando il suo sogno, mi ha detto con stupore che finalmente si era arrabbiata con sua madre. Nel sogno aveva espresso rabbia e, al risveglio, si era sentita sollevata, persino bene, nonostante sapesse che non si trattava della realtà. Quel sogno rappresentava un primo, importante contatto con un’emozione a lungo inibita.
La seconda paziente ha sognato la madre separata da lei da un vetro. Provava frustrazione, impotenza e rabbia per l’impossibilità di comunicare. Quando le ho comunicato che questo sogno indicava l’inizio di un processo di maggiore profondità emotiva, di distinzione tra illusioni e verità, lei stessa si è sorpresa. Ma era così: stava iniziando ad avere il coraggio di vedere.
L’immagine di sé nasce nello sguardo dei genitori
Da bambini possiamo accettarci solo nella misura in cui ci sentiamo accettati dai nostri genitori. La ricerca psicologica ha dimostrato che prima degli otto anni non possediamo ancora la capacità di costruire un senso di sé chiaro, autonomo e separato. La nostra identità si forma, in larga parte, attraverso lo sguardo e i messaggi emotivi delle figure di riferimento.
Se i genitori non erano in grado – o non erano disponibili – a comunicare il messaggio “sei amabile così come sei”, indipendentemente dai comportamenti, il bambino interiorizza un’immagine di sé ambivalente. L’amore e la considerazione positiva possono essere stati concessi solo a determinate condizioni: quando il comportamento era conforme alle aspettative, quando l’emozione era “giusta”, quando il bisogno non disturbava.
Dall’identificazione con il comportamento al senso di inadeguatezza
In questo scenario, alcuni comportamenti infantili – naturali, talvolta aggressivi, oppositivi o semplicemente espressivi – possono essere stati vissuti come inaccettabili. Il bambino, non potendo distinguere tra “ciò che faccio” e “ciò che sono”, finisce per identificarsi con quei comportamenti.
Il risultato è un senso di inadeguatezza profondo: “se alcuni miei comportamenti non sono accettabili, allora io non sono accettabile“. Questo nucleo emotivo può accompagnare la persona fino all’età adulta, influenzando l’autostima, le relazioni e, successivamente, il modo di essere genitore.
Un percorso possibile: dalla consapevolezza al cambiamento
Riconoscere questi meccanismi non significa colpevolizzare i genitori, ma restituire senso e significato alle difficoltà emotive. La psicoterapia cognitivo comportamentale, integrata con un lavoro profondo sugli schemi e sulle esperienze precoci, offre uno spazio sicuro in cui rileggere la propria storia, distinguere il passato dal presente e costruire nuove modalità di relazione.
Prendersi cura del proprio bambino interiore è un atto di responsabilità verso sé stessi e verso i propri figli. È il primo passo per trasformare la ripetizione in scelta, la reazione in consapevolezza, la sofferenza in possibilità di crescita.

