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Ansia e attacchi di panico

L’ansia è un’emozione complessa che segnala all’individuo la preoccupazione e l’attesa per qualcosa d’indefinito, di spiacevole e soprattutto di minaccioso.
Come tutte le emozioni, anche l’ansia non è di per sé negativa o dannosa. Al contrario, questo stato emotivo è indispensabile per la sopravvivenza e si attiva quando percepiamo una possibile minaccia a qualcosa che per noi è importante.

Le cause scatenanti sono la percezione di una minaccia incombente per la nostra incolumità, i nostri cari, la salute, la sicurezza economica o lavorativa, l’autostima, l’immagine che diamo agli altri, le nostre relazioni.
Ogni volta che è in pericolo un obiettivo che vogliamo perseguire o quando abbiamo l’impressione che lo sia, sperimentiamo una reazione emotiva di ansia.


Quando l’ansia può diventare un problema?


Sovrastimare il pericolo e sottostimare la propria capacità di fronteggiarlo, contribuiscono ad accrescere i sintomi d’ansia. In alcuni casi queste sensazioni possono spaventare gli individui che le sperimentano, diventando essi stessi una possibile una minaccia.

L’ansia, quindi, diventa un problema quando la sua intensità e frequenza di comparsa e i comportamenti messi in atto con l’obiettivo di evitare di provarla, prendono il sopravvento.
La persona inizia ad evitare luoghi percepiti come pericolosi (supermercati, luoghi affollati, luoghi isolati, mezzi di trasporto quali aerei o treni) o situazioni particolari (feste, cene, l’ambiente di lavoro) o ad evitare azioni quali, ad esempio, parlare in pubblico.
Capita spesso che le persone ansiose inizino a controllare alcune funzioni del corpo (quali ad esempio il respiro, il battito cardiaco, la pressione sanguigna), o a sentire la necessità di avere vie di fuga in una stanza.
Il tentare sempre di sedersi vicino a porte o vie d’uscita, non fidarsi a fare alcune cose da soli oppure cercare di avere sempre con sé delle gocce calmanti sono segnali inequivocabili dell’ansia.
Il tentativo di evitare di provare apprensione e di avere in un certo modo “tutto sotto controllo” può farci fare e rifare alcune azioni. Ad esempio, controllare di aver spento il gas, lavare ripetutamente oggetti o parti del corpo o farci preoccupare per ore di qualcosa.
Un disturbo d’ansia, dunque, si struttura quando questa esigenza di controllo prende il sopravvento e non è più occasionale ma continua.


Come si manifesta questa irrequietudine nel corpo?


L’emozione dell’ansia si manifesta anche dal punto di vista fisiologico e somatico. La persona ansiosa prova tutta una serie di sensazioni che possono essere molto spiacevoli (ma non per questo nocive): palpitazioni, tachicardia, sudorazione eccessiva. Altri segnali sono: sensazione di soffocamento, dolore o fastidio al petto, sensazioni di sbandamento e/o di svenimento.
Il disturbo di panico è un disturbo d’ansia, caratterizzato da frequenti ed inaspettati attacchi di panico. Si ha un attacco di panico quando l’ansia o la paura provate sono così intense da produrre dei sintomi fisici:

  • palpitazioni o tachicardia,
  • sensazione di asfissia o di soffocamento,
  • dolore o fastidio al petto (es. senso di oppressione toracica),
  • sensazioni di sbandamento o di svenimento (es. debolezza alle gambe, vertigini, visione annebbiata),
  • disturbi addominali o nausea, sensazioni di torpore o di formicolio,
  • brividi di freddo o vampate di calore,
  • tremori o scosse,
  • bocca secca o nodo alla gola,
  • sudorazione accentuata;

e mentali:

  • sensazione di irrealtà (derealizzazione) o sensazione di essere staccati da se stessi (depersonalizzazione),
  • confusione mentale,
  • paura di svenire,
  • timore di perdere il controllo o di impazzire,
  • paura di morire.


L’attacco di panico, dunque, è la forma più acuta e intensa dell’ansia ed ha le caratteristiche di una forte crisi che dall’ansia porta alla paura. Aver sperimentato un attacco di panico è un evento piuttosto frequente nella popolazione (si stima 1 persona su 3) ma ciò non significa che si soffra di disturbo di panico (ne soffre circa 1 persona su 120). Questo poiché chi soffre di disturbo di panico, oltre ad aver sperimentato l’attacco di panico (anche solo una volta), inizia ad essere estremamente preoccupato della possibilità che un nuovo attacco si ripresenti e, per prevenire questo evento, inizia ad evitare le situazioni che ritiene potenzialmente pericolose, o perché potrebbero scatenare un nuovo attacco, o perché potrebbero essere contesti in cui è difficile farsi aiutare. Inoltre, perché vi sia un disturbo di panico, devono essere presenti comportamenti di controllo o di grande attenzione al corpo (respiro, cuore, altre sensazioni collegate all’ansia) finalizzati a tenere “a bada” questa ansietà, poiché, nella mente della persona, essa potrebbe portare al panico.

In cosa può sfociare un disturbo d’ansia?

L’ansia nel tempo tradursi in:

  • Ipocondria
  • Insonnia


Attacco di panico


Si ha un attacco di panico quando una persona è molto spaventata da situazioni (es. stare in un autobus a porte chiuse) o da stimoli interni di per sé innocui (es. l’accelerazione del battito cardiaco o un pensiero che attiva l’ansia), che vengono percepiti come minacciosi e che innescano una reazione ansiosa. In quei momenti la persona di solito non riesce bene a capire che cosa gli stia accadendo: nel tentativo di darsi una spiegazione può iniziare a pensare che gli stia accadendo qualcosa di molto pericoloso e inizia ad avere pensieri del tipo: “Sto per svenire!”, “Sto per avere un infarto!”, “Perderò il controllo di me!”, “Impazzirò!”, “Oddio, sto per morire!”.
Queste sono interpretazioni delle sensazioni fisiche dell’ansia che spaventano ancora di più la persona: chi non si impaurirebbe all’idea di avere un infarto? Nell’arco di pochi minuti, questo stato emotivo raggiunge il picco più alto di intensità e inizia gradualmente a decrescere, lasciando però la persona in uno stato di sfinimento fisico e mentale.


Le sensazioni provate durante il primo attacco di panico sono così spiacevoli da indurre il timore di riprovarle, per cui si sviluppa la “paura della paura” (ansia anticipatoria). La persona può cercare, quindi, di mettere in atto dei comportamenti volti a prevenire il verificarsi di altri attacchi di panico: tenderà ad evitare le situazioni che teme possano provocarli (comportamenti di evitamento) o le affronterà soltanto dopo aver preso delle precauzioni, ad esempio assumendo un ansiolitico (comportamenti protettivi). Tutto ciò che può far provare anche solo un minimo di ansia viene evitato, con l’idea che essa sia l’anticamera dell’attacco di panico.


A lungo andare, la persona diventerà sempre più intollerante allo stato ansioso e non appena compariranno alcuni segnali di ansia (come normalmente accade nella quotidianità di ognuno di noi) scatterà la preoccupazione che essi siano il segnale di una catastrofe imminente.


Comportamenti di evitamento


Ecco alcuni tra i più diffusi comportamenti di evitamento dell’ansia e dell’attacco di panico: non utilizzare automobile, autobus, metropolitana, treno o aereo o altri mezzi, non frequentare luoghi chiusi (es. cinema), evitare di allontanarsi da zone considerate sicure (es. casa), non compiere sforzi fisici, non frequentare luoghi affollati.


Alcuni tra i comportamenti protettivi e/o di controllo più diffusi risultano essere invece: portare con sé farmaci per l’ansia; muoversi solo in zone in cui sono presenti strutture mediche, allontanarsi da casa solo se accompagnati da persone di fiducia, tenere sempre sotto controllo le uscite di sicurezza, respirare molto profondamente per placare “la fame d’aria”, misurare la pressione sanguigna e i battiti del cuore.

Questi comportamenti, pur contribuendo momentaneamente alla riduzione delle preoccupazioni e dell’ansia, a lungo andare mantengono e rinforzano il disturbo di panico.
Il disturbo di panico può essere particolarmente invalidante in quanto ha ripercussioni sulla vita lavorativa (es. rinuncia a viaggiare o ad un particolare lavoro per le difficoltà di spostamento), familiare (es. tensioni interpersonali causate dalle frequenti richieste di essere accompagnati) e sociale (es. riduzione delle relazioni a causa della difficoltà a frequentare luoghi pubblici) della persona che ne soffre. Altra frequente conseguenza del disturbo di panico è l’abuso di sostanze stupefacenti (in particolare l’alcool), a cui la persona può ricorrere come tentativo disperato di gestire il disturbo stesso e di placare quindi ogni sintomo legato all’ansia.
La riduzione dell’autonomia, conseguente all’attuazione dei comportamenti protettivi e di evitamento, danneggia a lungo andare la qualità della vita di chi ha il disturbo e dei suoi congiunti e il senso di efficacia personale e la stima di sé.
Molto spesso le persone che soffrono di attacchi di panico sviluppano nel tempo sintomi depressivi, poiché il senso di impotenza e di inefficacia delle strategie utilizzate avviliscono e provocano vissuti di perdita di speranza nel cambiamento.


La terapia cognitivo comportamentale è considerata il trattamento d’elezione per le problematiche d’ansia e dell’umore dalle linee guida internazionali, che indicano i percorsi di cura più adeguati per le diverse patologie.
La terapia cognitivo comportamentale per l’ansia mira a eliminare i timori esagerati e i comportamenti di controllo ed evitamento che mantengono i Disturbi d’Ansia, nel tentativo di riacquisire un senso di sicurezza e di confidenza nelle attività della vita quotidiana. Per raggiungere tale obiettivo, la terapia cognitivo comportamentale si serve di:

  • Interventi psicoeducativi – al paziente vengono fornite nuove modalità di lettura di pensieri e stati d’animo.
  • Tecniche di esposizione – si stabiliscono con il paziente graduali step per affrontare l’evento o la situazione temuti, in modo da confrontarsi con le paure temute in diversi contesti, solitamente da quello meno fastidioso al più spaventoso.
  • Eliminazione dei comportamenti di controllo – a volte talmente abituali da risultare automatici, i comportamenti di controllo sono tutte le azioni messe in atto per prevenire l’evento temuto (evitare di andare in certi luoghi, di trovarsi in determinate situazioni, …). Spesso sono proprio i costi che le strategie di controllo implicano a convincere la persona del bisogno di aiuto.
  • Ristrutturazione cognitiva – si identificano e discutono i pensieri che mantengono la sintomatologia ansiosa, ad esempio le convinzioni di pericolo o la tendenza a catastrofizzare un evento spiacevole.


La Terapia Cognitivo Comportamentale per il Disturbo di Panico si svolge solitamente in 8-12 sedute e ha mostrato la sua efficacia con miglioramenti nel 78% dei casi (Öst, 2008), con indici elevati di stabilità nel tempo (Norton e Price, 2007).

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Dott.ssa Valeria D'Andria
Psicologa e Psicoterapeuta cognitivo comportamentale, specializzata in disturbi d'ansia, depressione e problematiche adolescenziali
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Mail: valeriadandria@hotmail.it

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