Stanchezza e depressione post-parto, come uscirne?

Stanchezza e depressione post parto

Essere madri può essere una delle esperienze più belle della propria vita, eppure c’è anche il lato nascosto della medaglia, quello più buio, che racconta delle difficoltà dell’avere un figlio, dello stress derivato dalla gravidanza, dalla stanchezza del parto, del sentirsi lasciata sola ad affrontare la grande responsabilità dell’accudire un neonato.

L’episodio di pochi giorni fa del neonato morto a Roma ci fa riflettere molto su quanto una donna non debba essere lasciata sola in un momento così importante e delicato come quello della nascita di un bambino.

Poteva capitare a tutte? Certo che si. Tra i disturbi che colpiscono molte neo mamme ci sono quelli del sonno, ad esempio la classica insonnia (a causa ad esempio dei punti, dei dolori, o ancora dei nuovi ritmi) oppure l’eccessivo sonno per stanchezza, a seguito di un gran lavoro come quello di dare alla luce il proprio bambino. È fisiologico anche un crollo degli ormoni che oltre al calo di energie può portare a un senso di tristezza.

Questo rientra nella stanchezza post parto, nota anche come baby blues: dopo il parto la donna si trova a vivere una situazione nuova che può farla sentire emotivamente fragile e portare a un crollo psicologico.

Si tratta di un disturbo transitorio molto frequente, tanto che ne soffrono 8 neo mamme su 10, caratterizzato da spossatezza fisica e mentale, che per fortuna dura solo pochi giorni.

Ma se il periodo si allunga oltre i 15 giorni, occorre domandarsi se la neo mamma non stia vivendo qualcosa di ancora più doloroso. In tal caso potrebbe trattarsi di depressione post parto, un disturbo molto più profondo.

Circa il 20% delle madri che hanno avuto sintomi inquadrabili come baby blues sperimenta un episodio depressivo maggiore: per questo motivo, è importante non sottovalutare i sintomi, anche se temporanei, e monitorare la situazione anche nei mesi successivi.

I sintomi

Di fatto, la gravidanza prima, e la nascita del bambino dopo, rappresentano un vero e proprio periodo di “crisi”, e ciò può provocare sentimenti di tristezza, inadeguatezza, frustrazione. Nello specifico, si può riportare:

  • repentini cambi di umore,
  • stanchezza cronica,
  • incapacità decisionale,
  • confusione mentale,
  • senso di inadeguatezza.

La mamma può arrivare anche a provare un grande senso di colpa e di vergogna nei confronti dei sintomi, tanto da arrivare a tacere o nascondere i reali stati d’animo, ed entrare così in un circolo vizioso che non fa che peggiorare le cose, aumentando il senso di solitudine e inadeguatezza percepita.

Se non riconosciuti e trattati in modo adeguato, i sintomi possono persistere, variando d’intensità, anche per molti anni, e quindi avere delle conseguenze significative non solo sulla salute mentale della donna, ma anche sulla relazione madre-bambino, sullo sviluppo del bambino e sull’intero nucleo familiare.

Il trattamento

Le terapie utilizzate sono quelle farmacologiche e la psicoterapia con approccio cognitivo-comportamentale.

Il farmaco spesso non risulta essere il trattamento preferenziale in quanto si è restii ad assumerli durante il periodo di allattamento per gli effetti che questi potrebbero avere sul bambino.

Tra i numerosi approcci psicoterapeutici esistenti, è stato dimostrato come la terapia cognitivo-comportamentale risulta essere di provata efficacia per il trattamento di questo disturbo, contribuendo a fornire le strategie necessarie per superare i sintomi depressivi.

Risultano efficaci sia gli interventi individuali che quelli di gruppo, che hanno lo scopo di identificare i pensieri e le emozioni disfunzionali e di introdurre pensieri alternativi che modifichino lo stato emotivo della neo mamma.

Obiettivo principale della psicoterapia ad approccio cognitivo-comportamentale? Fornire gli strumenti utili a gestire la sintomatologia depressiva e ridurre al minimo il rischio delle ricadute.

Come fare?

Grazie all’apprendimento sia di tecniche comportamentali (cosa fare, come farlo) che di quelle cognitive (riconoscere e modificare un pensiero disfunzionale), all’acquisizione di alcune strategie volte a combattere i sintomi ed affrontare i fattori che possono aver aumentato la vulnerabilità al problema.

Inoltre, anche se la psicoterapia cognitiva si basa soprattutto sul “qui e ora”, scopo dell’intervento terapeutico sarà quello di andare a ricercare eventi nel passato più o meno recente che possano in qualche modo aver favorito lo sviluppo del disturbo.

La terapia cognitiva si divide in due fasi: la prima ha come obbiettivo quello di ridurre l’intensità dei sintomi, nella seconda la prevenzione delle ricadute. Le fasi della terapia cognitiva per il trattamento della depressione sono:

  • comprensione del problema, da condividere con il paziente;
  • osservazione e riconoscimento del legame tra pensieri, emozioni e comportamenti;
  • individuazione dei circoli viziosi di mantenimento;
  • approfondimento della storia del paziente con lo scopo di individuare eventuali esperienze che hanno favorito lo sviluppo del disturbo;
  • normalizzazione della sintomatologia vissuta e accettazione dei vissuti negativi;
  • cambiamento degli schemi mentali depressogeni.

È quindi importante individuare i sintomi in tempo utile e monitorarli, così da poter trattare efficacemente il disturbo e uscirne senza ripercussioni: la terapia cognitiva risulta essere un ottimo supporto ai bisogni delle neo mamme in difficoltà.